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Anna Lisa Bellini incanta Sutri. Tra Beethoven e Chopin

Articolo di: Teo Orlando

Il 4 settembre 2021 è stata la data del concerto inaugurale del Festival Beethoven di Sutri, giunto alla ventesima edizione. La pianista Anna Lisa Bellini si è esibita in un'interpretazione di grandissima sensibilità, "narrando il tempo", come si legge nella formulazione del titolo del suo concerto.
La prima parte del concerto riguarda la difficilissima Sonata n. 30 in mi maggiore op.109, che avevamo già ascoltato nell'interpretazione di Giovanni Bellucci. È la prima del gruppo delle ultime tre Sonate per pianoforte: venne concepita nel 1819, composta nel 1820 e poi pubblicata nel 1821. Per queste sonate si è spesso parlato del terzo stile di Beethoven: quello che coincide con un'assoluta libertà che oltrepassa i limiti della tradizionale forma-sonata; il tradizionale contrappunto cede alle arditezze che scardinano la morfologia armonica convenzionale.
Nella immediatamente precedente Sonata 'Hammerklavier' op. 106, Beethoven aveva portato alle estreme conseguenze la scansione a quattro movimenti della sonata. Qui, e nelle successive due sonate, Beethoven raggiunse una nuova concisione e flessibilità. Non si piegano a nessun ordine convenzionale di eventi, e il peso e la distribuzione dei movimenti sono unici in ogni caso. L'op. 109 (come anche l'op. 111) termina con movimenti lenti in forma di variazione e si realizza in atmosfere di tranquillità che sarebbero state sconvolte dal ritorno con i piedi per terra di un finale ortodosso. Nell'op. 109 il movimento finale si basa sul contrasto delle variazioni, mentre nell'op. 111 sulla loro graduale accumulazione.
Il primo mantiene la sua fedeltà a sé stesso fino al riemergere del tema originale, il secondo prende le ali in una lunga coda trasfigurata. Nell'op. 110 abbiamo il finale più insolito di tutti: una combinazione di recitativo, aria e fuga. L'op. 109 precede il suo ampio finale di variazioni con due brevi movimenti, entrambi secondo la tipica forma sonata. Il primo, in appena quattro minuti, stabilisce un carattere duale attraverso l'opposizione diretta di temi in vivace e in adagio, con il secondo che interrompe il primo quasi subito.
È notevole che nel vivace non vi sia nessun senso di fretta: infatti, Beethoven vi aggiunse la nota "ma non troppo", sicché comincia dispiegando un tema diatonico che somiglia a un corale spezzato. Nella coda, la prima idea abbandona la sua figurazione bachiana per una frase ispirata di pura armonia. Come nel Quarto Concerto per pianoforte e orchestra, Beethoven mostra la forza della tenerezza. Poi, senza una pausa, il secondo movimento infrange lo stato d'animo contemplativo in un prestissimo in mi minore in tempo di 6/8, risolutamente determinato. I passi nel basso sono da rimarcare: sono sviluppati come un tema indipendente più tardi, dando così un nuovo significato al ritorno dell'apertura.
Per quanto riguarda il tema della variazione, è una delle melodie più intime e toccanti di Beethoven, seguita con precisione classica ma con una vasta gamma di tessiture. L'ultima costruisce una grande climax di trilli, da cui emerge il tema originale, ineffabilmente valorizzato alla luce di tutte queste avventure. Apprezzabilissimo lo sforzo di Anna Lisa Bellini per rendere nella maniera più sofisticata le sfumature timbriche di questa sonata, anche se l'acustica della Chiesa di San Francesco non era forse la più adatta per questo tipo di sonorità.
Alla grande sonata beethoveniana, segue un breve ma intenso pezzo del compositore Mario Guido Scappucci, Passeggiata in riva al mare, dagli echi neoromantici, che ricordano alla lontana Schumann e Mendelssohn. La forte cantabilità del brano viene ben compresa dalla Bellini.
Il concerto si chiude con un'altra composizione celeberrima, i 24 Préludes op. 28 di Fryderyk Chopin, ciclo pianistico composto tra il 1836 e il 1839. Sono una sorta di tour de force per ogni pianista che si rispetti, ma al contempo offrono una fruibilità ben maggiore della sonata 109 beethoveniana, anche per il largo pubblico.
Potremmo dire che sono quasi una ripresa dei temi del Clavicembalo ben temperato di Johann Sebastian Bach in chiave spiccatamente romantica, con la loro tensione tra cupa malinconia, melodiosità poetica e passione potentemente ardente.
L'orientamento verso i Preludi di Bach non è solo evidente esternamente nel titolo dell'opera, ma anche nella condensazione e riduzione costruttiva del materiale, che mostra la maestria di Chopin nell'enunciazione concisa e nella forma ridotta, come vediamo altresì nelle Mazurche e negli Studi. La denominazione francese Préludes indica che il compositore ha abbandonato la funzione originale del preludio e ha fatto riferimento al significato secondario del termine intendendo il preludio come una fantasia, con le sue armonie lungimiranti.
Diversamente dal Clavicembalo ben temperato, i singoli pezzi, che Chopin mise solo più tardi in uno schema di chiavi adeguato, non seguono la scala cromatica da Do a Si, ma il cerchio delle quinte, ognuno con un parallelo minore. Il primo Preludio in Do maggiore è così seguito da uno in La minore, il successivo in Sol maggiore da uno in Mi minore fino al Preludio finale in Re minore.
I preludi si sviluppano ciascuno a partire da un'idea centrale con un motivo dominante che spesso si estende su una sola battuta o sezione di battuta. La sequenza ciclica lega i singoli pezzi in una drammaturgia globale. La forma è proporzionata, e lo sviluppo del materiale fa a meno di confini fluidi o frasi velate. Di regola, i pezzi sono semplici forme di canzoni a due o tre parti.
Le esigenze pianistiche del ciclo vanno dai pezzi semplici a quelli di medio grado fino a composizioni altamente virtuosistiche, come il drammatico Preludio in si bemolle minore no. 16, con i suoi salti di ottava nella mano sinistra e le furiose semicrome nella destra, o il pezzo conclusivo in re minore, che può essere considerato il culmine pianistico della raccolta con la sua ampia figura di basso, l'ornamentazione, i trilli, le scale che corrono nei registri alti e la cascata di terze in fortissimo dalla battuta 55.
La Bellini è stata all'altezza del compito, non a caso scandito da uno scrosciare di applausi e da una richiesta di più di un bis, concretizzatosi nella Siciliana dalla Sonata in mi bemolle maggiore per flauto traverso e clavicembalo, di Johann Sebastian Bach, ideale suggello di un concerto in cui il virtuosismo pianistico è stato esaltato.

Pubblicato in:
GN42 Anno XIII 9 settembre 2021

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